La ciocia
La calzatura tipica ciociara
glipaesmei
Le ciocie sono realizzate con un rettangolo di cuoio con i vertici ripiegati verso la punta; stringhe di cuoio, passanti in fori lungo i lati, vengono girate intorno alla gamba, ed in passato, sopra delle pezze di tela grezza.
Nel Lazio meridionale la ciocia si trasforma nel blasone del Frusinate: la prima attestazione certa del termine, in italiano, resta quella del Giusti nel 1841, ma probabilmente l’introduzione di "Ciociaria" risalirebbe a non prima del XVIII secolo, seguendo successivamente le sorti della neo costituita provincia di Frosinone nella sua progressiva espansione verso sud.
Il fascismo la adotterà e promuoverà come simbolo dell’improbabile persistenza degli incorrotti caratteri della "gagliarda stirpe italica". Il boom, negli anni ’60 – ’70 dei gruppi folcloristici, la congelerà nello stereotipo di un "costume Ciociaro".
In effetti, però, fino al periodo compreso fra le due guerre mondiali, questo tipo di calzatura risulta largamente utilizzato tra le classi popolari.
Il radicamento di questo importante elemento della cultura materiale, e la sua forte vitalità, sono testimoniate dalla capacità della ciocia di adattarsi facilmente, forse per la sua grande semplicità del suo modello ideativi, all’inserimento di altri materiali, anche industriali, come nel caso dell’adozione della suola fatta con tranci di copertone di auto; questo modello in gomma ebbe grande fortuna a partire dagli anni trenta, tanto da contribuire alla perdita progressiva, della memoria locale, dell’originaria presenza della suola in cuoio, spesso non conciato ma semplicemente seccato al sole.
Resta nel ricordo delle persone un giudizio tecnico – funzionale molto positivo che, a livello simbolico, corrisponde al rifiuto implicito di riferire le ciocie a un passato contadino fatto di duro lavoro e spesso di miseria.
Tornando all’abito, già le fonti del XII, XIII secolo informano sulla qualità dei panni di Alatri, diffusi dai mercati Ernici, ed esportarti anche a Roma. Allo stesso periodo risalgono notizie su tessuti provenienti da Subiaco, Segni, Anagni, Ferentino e Veroli.
Ma è con il XVIII secolo che la produzione tessile della zona raggiunge il suo massimo storico; come si desume dalla presenza a Lione di drapperie verdone; dalle famiglie di tessitori e cordatori toscani che si stabiliscono ad Alatri per lavorare nell’industria locale delle pannine; dai lavori di bonifica della Valle del Sacco, che permettono di estendere la coltivazione del lino e canapa; dall’installazione nei casolari di Ferentino di macchinari per la follatura del feltro.
Con l’Unità d’Italia e la fine del protezionismo arriva la crisi.
Il colpo di grazia per le piccole industrie verrà alla fine del 1800 con il crollo vertiginoso dei prezzi di canapa e seta per la concorrenza dei mercati asiatici. Nei primi decenni del XX secolo la vendita dei tessuti, prodotti nei lanifici superstiti, si era ridotta prevalentemente al mercato locale.
Tali vicende storico – economiche costituiscono comunque solo uno degli aspetti nello studio dell’abito tradizionale, quest’ultimo non può essere considerato un riflesso diretto delle attività locali, ma appare sovente aperto all’acquisizione di elementi esterni, lontani sia per scala geografica sia per scala sociale, come le materie prime e i tessuti provenienti da aree molto lontane, oltre che a modelli estetici mutuati da ambiti aristocratici.